1 maggio: Festa dei lavoratori

Primo maggio: festa dei lavoratori.

Lampedusa, Prato, Dacca. Tre luoghi distanti e diversi e, all’apparenza, con nulla in comune. Per me, trascorso un anno dall’ultima edizione di Paola InMensa, sono i tre vocaboli che riescono a riassumere completamente il significato di questa iniziativa che non svolge un mero compito assistenzialistico bensì un compito educativo, compito che nessuna scuola riesce tutt’ora ad assolvere e che in una società che vuole abbattere le discriminazioni deve essere svolto, perché, come ormai è noto a tutti, il primo punto per la cura di una malattia è la prevenzione.

Il mio viaggio incomincia da Prato, città dei tessuti, dove un tempo le industrie tessili nostrane avevano il monopolio di un mercato pregiato che non aveva eguali a livello internazionale. Alle ataviche fabbriche tutte made in Italy si è sostituita, però, una nuova e inusuale pratica: quella delle fabbriche-dormitorio in cui il lavoro si confonde con la vita privata, in un’identità indifferenziata che porta inevitabilmente alla negazione della forza nobilitante e del lavoro e della famiglia. Ci ricorderemo tutti il disastro di questo inverno: un incendio scoppiato durante la notte che ha mietuto sette vittime. E come i reportage hanno dimostrato a lavorare in questi luoghi erano giovani orientali, spesso così giovani da non poter guidare neppure un motorino. Ecco come l’uomo diventa non un soggetto e un artefice della propria vita ma un oggetto ad uso e consumo di un mondo selvaggio che, anche in Italia, non conosce regole. Stesse regole che dimenticano di osservare le industrie di un occidente capitalistico quando decidono di delocalizzare, non al fine di riqualificare “terre di nessuno”, ma per accrescere ulteriormente i loro capitali sfruttando la forza lavoro.
Pochi sanno che alcuni dei capi di abbigliamento che troviamo nei negozi italiani non sono prodotti qui, nel nostro “Bel paese”, ma all’estero. Con questo non intendo rivendicare un certo patriottismo che è presente, seppur sopito, in molti. Intendo, piuttosto, ricordare un evento spiacevole avvenuto il 24 aprile del 2013 che permette di spiegare una delle tante aberrazioni del nostro ventunesimo secolo.

Il luogo è Dacca, capitale del Bangladesh; città in cui il costo della manodopera è il più basso al mondo. Per dare qualche cifra: Benetton, Manifattura Corona e Yes Zee acquistano ogni t-shirt a tre euro, compresa di etichetta e spedizione. Per poi rivenderle qui; nulla di strano se non fosse per lo sfruttamento che ne sta dietro e per l’eccidio avvenuto in quel giorno: il crollo del Rana Plaza, un edificio commerciale al cui interno lavoravano, con una retribuzione equivalente a 40 euro mensili, uomini e donne del posto. Nonostante le proteste dei lavoratori di uscire dal luogo a causa delle scosse percepite e del palese disastro che stava per accadere, i responsabili chiusero le porte per garantire il “massimo profitto”, e la tragedia fu inevitabile.

E’ una crisi etica completamente nuova, per cui intravedo una responsabilità personale che grava sulle nostre spalle come un enorme macigno. E quello che mi sento di fare, seppur poco, almeno per ora, è adottare il sacro valore dell’ospitalità cercando di far sentire più vicino chi, in realtà, si trova distante dalla propria terra natia. Tutti noi possiamo contribuire impegnandoci a combattere per i diritti di “chi non ha voce” che sono sicuramente sovra-nazionali e inalienabili e a sensibilizzare chi è restio nei confronti dello straniero, disprezzando coloro i quali ci vogliono far credere che una legge contro l’immigrazione sia giusta.

Ma tutto ciò non basta. Come ha ricordato qualcuno nei nostri incontri, nei centri di permanenza temporanea si potrebbe garantire un riutilizzo del legno di cui sono fatti gli scafi che si utilizzano per attraversare il Mediterraneo, per un duplice fine: occupare parte della giornata di chi spesso scappa da questi luoghi, oltre che per le indecenti condizioni di sopravvivenza, anche per le poche attenzioni rivolte loro e, in secondo luogo, rivendicare l’esigenza di una vita dedita al lavoro giusto e onesto.

Ecco perché, per me, celebrare la festa dei lavoratori, coincidente con l’inizio di questa quarta edizione di Paola InMensa, significa onorare il diritto al lavoro in tutti gli aspetti, affinché esso possa dare dignità a tutti e non profitto a pochi.

Francesco Cassano

 

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